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[it] Sui diritti delle donne nel parto

December 18, 2018

Negli ultimi anni ho dedicato la mia vita all'attivismo per i diritti delle donne e dei neonati nel parto.

 

Ho avuto un bellissimo parto cantato e ho scritto un libro. Ho raccontato la nostra storia tante volte, in Italia e all'estero. Durante le presentazioni del libro sempre più spesso ero io ad ascoltare le storie delle altre donne e degli altri uomini: chi aveva partorito raccontava della sua esperienza, chi non aveva partorito raccontava della propria nascita oppure del parto a cui aveva assistito. Più andavo avanti più si moltiplicavano storie di parti traumatici dovuti ad un'assistenza inappropriata. Le mie orecchie fischiavano. Non potevo fare finta di niente.

 

Ho smesso di raccontare la mia storia. Era come vantarsi e questo mi creava imbarazzo. Eppure, le donne che mi ascoltavano dicevano che con la storia del mio parto in qualche modo legittimavo il loro stesso desiderio infranto. Sentire che un parto positivo e anche romantico non era solo un sogno, ma che era possibile e, anzi, auspicabile creava una sorta di riscatto contro chi gli diceva che dovevano accontentarsi di com'era andata ed essere felici.

 

Le mie scelte nel parto erano frutto di intuizioni, storie di altre donne e pochi dati a disposizione. Del resto, una donna ha solo nove mesi per scoprire di non sapere affatto come nascono i bambini e farsene una ragione nel tempo che rimane. Il parto arriva, pronta oppure no. Ho scelto di partorire con un'ostetrica in una casa maternità a Bali, dove vivevo. Ed è stato un parto estatico.

 

Ho iniziato a condurre i Singing Birth Workshop, seminari in cui insegno alle donne a ricordare la loro voce, a goderne e ad usarla nel parto e nella maternità. Ho messo a disposizione le mie esperienze di cantante, madre e ricercatrice. Ogni seminario è unico e irripetibile, una "comunità on demand", un barlume di sorellanza che si accende ad ogni respiro, nell'intreccio degli sguardi, del tocco e del raccontarsi. Il canto è potente e salutogenico: aiuta ad affrontare il grande momento e a dare un senso all'accaduto, quando si ha il bambino o la bambina in braccio e non ci si crede. Il canto genera sorellanza e la ricrea al momento del bisogno, anche se le "sorelle" sono lontane. È incredibile quanto la voce condivisa nel cerchio di donne ci rende potenti. 

 

Non mi sono fermata alla voce. Ho sentito il dovere di fare di più. Avevo questa percezione che le donne urlassero (come nel quadro di Munch) ma nessuno le sentisse. I cerchi di donne sono potenti e hanno dato conforto a molte madri. Con l'auto-muto aiuto le madri si sono risollevate e hanno trovato i mezzi per dare un senso a tutto ciò che andava storto. I cerchi di madri sono uno strumento potente per affrontare l'esperienza di un parto andato male e la gioia di un parto da sogno. Ad oggi, sono l'unico strumento veramente valido che abbiamo a disposizione per darci forza nella maternità e salvarci dalla solitudine. Quando dico cerchi, penso anche al caffè con le amiche. 

 

Pensavo che il problema fosse il fatto che questa voce delle madri non si sentisse fuori dai cerchi, fuori dai social. Allora ho acceso tutte le antenne, ho passato giorni e notti a fare ricerca, ho viaggiato per conferenze, ho frequentato altre madri attiviste e ricercatrici per capire meglio e ho bussato alle porte delle istituzioni per trovare una soluzione. Ho messo a disposizione tutte le mie risorse di artista (e di persona fisica), dedicandomi completamente a questa causa. Volevo trovare il modo migliore per amplificare la voce delle madri e puntarla fuori, nella direzione del pubblico e delle istituzioni - come un mega concerto all'aperto. Il personale è politico, si diceva negli anni '70. La mia arte è diventata un ibrido tra attivismo, ricerca e politica (nel senso dell'agire pubblico), partendo proprio dall'esperienza intima, quella di madre. 

 

Nel 2016 abbiamo scritto una proposta di legge. Per dare corpo al contenuto della proposta, insieme ad altre madri attiviste ho lanciato la campagna #bastatacere. La voce delle madri è stata un rave liberatorio in mezzo alla piazza virtuale che ha riverberato nella stampa e ha fatto fischiare le orecchie alle istituzioni. Questo non bastava. Avevano sentito, ma non ci hanno creduto. Volevano i dati. 

 

L'anno dopo, oltre a dedicare le nostre energie e il nostro tempo, abbiamo messo le mani in tasca e abbiamo finanziato un sondaggio nazionale commissionato alla Doxa. Adesso le voci delle madri in Italia avevano dei dati a supporto e i dati confermavano che il sistema andava migliorato, che ci sono delle falle che andrebbero sanate. Abbiamo costruito un "discorso", come direbbe Michel Foucault, e questo discorso aveva una nuovo nome: "violenza ostetrica". Le storie delle donne erano vere e i dati lo confermavano. Abbiamo ingaggiato un'agenzia di stampa per essere sicure che i dati raggiungessero tutti e che nessuno potesse dire "non lo sapevo". Abbiamo raggiunto 24 milioni di persone. 

 

Pensavamo che il sistema si sarebbe reso conto dell'errore e che avrebbe fatto di tutto per rimediare. Invece abbiamo scoperto che il sistema era completamente sordo e cieco e che gli unici che hanno recepito si sono sentiti talmente offesi da volerci morte. Morte, con il nostro scalpo. Hanno scritto lettere pubbliche intimandoci di smettere, di tacere e di ritirare tutto. Nessuno gli ha risposto. I rappresentanti dei ginecologi, delle ostetriche e delle istituzioni di ricerca hanno passato un anno a smentire i dati, senza affrontare minimamente il problema. Senza invitare le madri al tavolo del dialogo e rifiutando ogni possibilità di incontro.

 

Abbiamo scoperto che il sistema è blindato. Per certi versi feudale. Ogni ospedale è una fortezza a sé e se il castelliere è magnanimo anche il suo castello è prospero e i sudditi (sia operatori, sia utenti) sono felici. Se invece è una persona dispotica, allora lasciate ogni speranza voi che entrate. Nessuno può fare nulla. Nell'ospedale vigono altre regole e le leggi del vivere comune non valgono. A danni fatti, per la giustizia è troppo tardi, un percorso tortuoso e oscuro. Nel parto anche la giustizia barcolla nel buio.

 

Dopo nove anni di studio, ricerca, attivismo, politica sociale e maternità vissuta intensamente so quanto sapevo prima: se entri in un ospedale per partorire, ci sono troppe incognite e una sola certezza - non sei tu che decidi. Le madri hanno meno diritti dei comuni mortali. È vero che non hanno nemmeno la responsabilità di quello che accade. Ecco, cedendo la responsabilità, in pratica, hanno ceduto anche i diritti, insieme alla dignità umana e al principio di autodeterminazione. Ma non lo sanno.

 

Ho scoperto anche un'altra cosa: nessuno è felice in questo sistema basato sui numeri, impostato sulle cifre e privo di relazioni di affetto e di fiducia. Se le madri ne escono perplesse e schioccate, gli operatori ci tornano tutti i giorni con il groppo nella gola, riportandosi a casa gli incubi. Mi è capitato di leggere i commenti dei ginecologi a quello che, secondo loro, erano le accuse ingiuste che gli venivano inflitte. Quanta sofferenza, quanta incomprensione... Però, nessun desiderio di dialogo. Anche loro cercano giustizia.

 

Oggi continuo a fare ricerca e a pubblicare dati per il bene comune, portando alla luce le voci delle madri. Tuttavia, negli ultimi mesi mi sono presa del tempo per riflettere. Baba Jaga dice a Vassilissa La Bella, che si appresta a farle una domanda importante: "Attenta, molto saprai, presto invecchierai..." Io ho trovato risposta per ogni domanda che mi sono posta. Adesso mi sento solo più vecchia e quello che so razionalmente, con dati in mano, lo sapevo anche prima, intuitivamente: siamo nate per cantare e ballare.

 

Dopo nove anni di attivismo materno, ho un solo messaggio: senza la tua voce, i tuoi diritti sono solo carta.

 

 

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