November 13, 2019

February 28, 2019

Please reload

Recent Posts

Maternità e lavoro = povertà e precarietà

January 31, 2019

Faccio parte di una comunità di madri che non ha mai avuto una vita stabile, un "lavoro vero", uno stipendio fisso, una vita di coppia "normale", una casa di proprietà e una macchina. Sono una donna artista immigrata (anche fidanzata slava) e ne pago le conseguenze. Mio padre mi disprezza perché non mi comporto da uomo, ossia non ho un'indipendenza economica pur avendo una laurea. Mi arrangio, cercando di mantenere la mia libertà intellettuale e artistica (anche lei precaria e soggetta ai flussi di mercato). Diventando madre, sono diventata anche attivista, il che di certo non contribuisce alla mia carriera artistica, al mio reddito, anzi aggiunge il carico di lavoro non retribuito. Nemmeno la reputazione ne giova, visto che facendo da spazzina sistemica puzzo di guai colossali.

 

La giudice che ha consacrato il mio divorzio (consensuale e senza figli) non sapeva come scrivere la mia professione nei registri. Ho provato con lo spelling: "A.R.T...", poi abbiamo optato per casalinga: "Senza offesa". No, si figuri, per me essere definita casalinga invece che artista non è un'offesa, non mi offende essere messa in una categoria che occupa 7milioni e 338mila donne, secondo i dati ISTAT del 2016, invece che una categoria come artista che non contata niente, nel senso che il sistema con ci conta e non ci si fila nello stesso tempo. 

 

Le casalinghe almeno hanno una dignità di discorso e di dati. Come dimostra la nostra Linda Laura Sabbadini: "Nel 2014 sono state effettuate in Italia 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani della famiglia, volontariato, aiuti informali tra famiglie e spostamenti legati allo svolgimento di tali attività. 41 miliardi e 794 milioni di ore sono invece le ore di lavoro retribuito stimate nei Conti Nazionali. Le donne hanno effettuato 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare (il 71% del totale). Le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono i soggetti che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione. Il numero medio di ore di lavoro non retribuito svolte in un anno è pari a 2.539 per le casalinghe, 1.507 per le occupate e 826 per gli uomini (considerando sia quelli occupati, sia quelli non occupati)."

 

In altre parole, le casalinghe fanno l'equivalente del 50% di ore di lavoro retribuito (riconosciuto dallo Stato). Il lavoro di cura, in generale, è il 42% di più di tutto il lavoro retribuito messo insieme. Possiamo dire che l'esistenza stessa dello Stato si basa sull'economia del dono svolta prevalentemente da donne, e in particolare da madri. Non riconosciuta. Non valorizzata. A mala pena contata (nel senso che i dati sul tema sono il frutto di una lotta dura di una donna statistica e femminista che ha speso la vita per rendere visibile il lavoro - riconosciuto e non - delle donne. "No data, no problem").

 

Essere definita una casalinga non è un'offesa. Meglio che disoccupata. Disoccupata non è un termine degno di un essere umano, che per natura si occupa sempre di qualcosa, anche se chiuso in una stanza a giocare on-line oppure a contemplare lo skyline. Quando sei una madre e un'artista, disoccupata proprio no! La propensione all'auto-sfruttamento degli artisti è nota ed è anche messa a sistema come "artist work ethics", nel senso che tocca ora anche ai lavoratori lavorare come gli artisti. La combinazione di totale dedizione, passionale trasporto e nessuna tregua fino al compimento dell'opera è un impegno che le artiste condividono con le madri. Se sei entrambe stai lavorando sull'opera cosmica infinita e sei nelle mani della Grande Dea Madre. Già, nemmeno quella riconosciuta.

 

Sul lavoro materno mi sono già espressa altrove e consiglio la lettura di Genevieve Vaughan per comprendere meglio il concetto dell'economia del dono. 

 

Sono un'artista professionista, nel senso che mi pagano per esercitare la mia arte (non sono io che devo pagare per farmi sentire e vedere, come molti colleghi musicisti: piuttosto non lavoro). Purtroppo, la mia arte capita essere la musica popolare che, in quanto tale, non beneficia nemmeno di agevolazioni fiscali. Non è considerata Arte "vera". Un po' come gli assorbenti e i pannolini, tassati al 22%, mentre i tartufi al 4%

 

Nell'ambito dell'Arte "vera e propria", una ricerca recente, condotta da NABA (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano), intervistando le artiste professioniste, prevalentemente d'età compresa tra i 30 e i 50 anni (30-40, 38%; 40-50, 46%), emerge che "[I]l 68% afferma di avere un lavoro parallelo, pur avendo il 54% di esse una galleria che le rappresenta. In relazione alla vendita delle proprie opere, numerose gestiscono autonomamente la transazione: dichiara di avvalersi di un professionista (gallerista, agente, art advisor) solo il 32% delle artiste intervistate (il 42% dichiara “talvolta”; il 24% “mai”). Il dato più allarmante riguarda il fattore dell'esclusione: il 58% del campione dichiara di aver riscontrato episodi di esclusione sociale e/o professionale nel sistema dell'arte italiano e indica lo status economico come il fattore di esclusione più rilevante, prima ancora del genere."

 

In parole povere, se sei un'artista povera sei esclusa dal mondo dell'Arte e del Lavoro Retribuito. Se sei una madre artista non riesci nemmeno a contare sulla tua bella presenza all'aperitivo (se pure c'arrivi, non sei truccata e i capelli stanno da schifo, mentre i vestiti sono un retaggio degli anni che furono). Ce n'è una sola di Marina Abramović, il resto è proletariato culturale (sfruttato dalla stessa e dall'establishment artistico). Anzi, lumpenproletariat.*

 

​​La lotta sociale a favore del diritto al lavoro e alla maternità-lavoro non è un discorso che riesco a fare mio. Onestamente, nella mia cerchia personale di amicizie in Italia non conosco nemmeno una madre che goda dei diritti concessi dallo Stato (il congedo di maternità di un anno o il "bonus bebé", sempre e solo per dipendenti). O perché sono libere professioniste - e saranno poi affari loro come faranno a conciliare la maternità con il lavoro - oppure perché fanno parte di quel crescente numero di donne che si sono accorte che la maternità nella precarietà fa rima con povertà. E non se ne esce. Io lotto per i diritti di tutte le madri, non solo per le madri-lavoratrici retribuite.

 

Il modello materno attuale vede la neo-madre da sola ad accudire se stessa e i figli, con il contributo del compagno/marito, anche lui completamente a digiuno e poco a suo agio nell'essere madre (persona che accudisce) - alla propria prole e alla di loro madre (che ha bisogno dell'assistenza post-partum). Il lavoro di cura è per definizione materno (perché la madre in genere si occupa del neonato/a, che senza le adeguate cure non sopravvivrebbe), ma può essere svolto da altri familiari o affini. Gli uomini padri che accudiscono i loro bambini, fanno un lavoro materno senza togliere nulla alla loro virilità o paternità. Tuttavia, non bastano. Non basta una madre e un padre, ci vuole un villaggio, come si dice. Noi che siamo senza villaggio ma abbiamo lo Stato ci siamo rese conto che è un pessimo surrogato di madre (o nonna) e non ha le competenze necessarie per ottemperare alle esigenze primarie degli essere umani nella prima infanzia. Dunque, le donne che decidono di essere madri si prendono le loro responsabilità e quelle della comunità sulle spalle e iniziano a scalare le montagne e a evitare i burroni. C'è chi non ce la fa. Sceglie il burrone. Molte lasciano il lavoro - piuttosto che lasciare il bambino o la bambina.

 

Mia madre, che era una madre lavoratrice e dopolavorista, non mi ha lasciato un ricordo molto bello del suo privilegiato status lavorativo. Quando ero piccola non conoscevo giovani donne casalinghe, solo le nonne stavano a casa, infatti davano una mano nell'accudimento delle figlie e dei figli delle lavoratrici e dei lavoratori. Il primo giorno di scuola (nella Jugoslavia) ci regalavano un portachiavi da appendere al collo. A tutti. A sei anni andavo a scuola da sola, mi vestivo, mi preparavo la colazione e qualche volta anche il pranzo, benché mia madre si alzasse presto e cucinasse per me prima di andare al lavoro alle sei di mattina. Spesso mi prendevo cura del mio fratello più piccolo. Sentivo un profondo senso di ingiustizia in tutto ciò. Non era per niente facile fare tutto da sola a sei anni e nemmeno il lavoro di mia madre non la rendeva particolarmente felice: una volta è finita anche all'ospedale per esaurimento fisico. Eppure, c'erano gli asili nido gratis, le scuole, i servizi, meno traffico, le nonne, il vicinato... Non bastava. Il lavoro assorbiva tutto e noi bambini ci prendevamo le nostre responsabilità, insieme a quelle della comunità, sulle spalle e iniziavamo a scalare le montagne evitando i burroni. 

 

Da adolescente ho abbracciato la filosofia situazionista e il teatro dell'assurdo. Da adulta ho fatto la bohémienne, dopo la laurea con lode. Da giovane artista impegnata sono diventata madre attivista, per dare un senso al mondo incoerente della maternità. Mi sono fermata al parto, ecco perché non riesco a movimentarmi per il lavoro. Perché nel parto succedono tante di quelle cose che il lavoro è l'ultimo dei tuoi pensieri. Quando va bene, una neo-madre ne esce fuori entusiasta, euforica, ottimista, potenziata - fintanto che dura la bomba ossitocinica: qualche anno più o meno. Se il parto va male il burrone è dietro l'angolo. Ma non si può tornare indietro, anzi le responsabilità e le esigenze di cura si amplificano con le esigenze di educazione e socializzazione e tutto il resto. Insomma, un casino. In più, ti rendi conto che quando lavori devi pagare qualcuno che ti sostituisca, magari strappando quella persona dalle responsabilità che aveva nei confronti della propria famiglia, magari in un altro paese, magari nell'altro continente, creando una catena di cura internazionale. Che senso ha!?! No, perché il "senso di coerenza" è vitale per la sopravvivenza anche in condizioni di estremo disagio, se non tortura, come insegna A. Antonovsky quando parla di salutogenesi. 

 

 

Mi occupo del parto: della bellezza e della violenza nella nascita. In quando artista sociale non potevo parlare solo della bellezza, del canto, del ballo, dei fiori di frangipane nell'acqua (l'esperienza personale) - avendo davanti racconti di orrore e di incoerenza sistemica, racconti che mi facevano fischiare le orecchie (ho sofferto letteralmente di acufene). Pensavo che era urgente risolvere questo problema di inadeguata e traumatizzante assistenza al parto e che le madri non avevano bisogno di un ulteriore aggravio alla loro condizione già precaria. Pensavo che altre madri si sarebbero prese questa responsabilità insieme a me e che in qualche anno avremmo risolto, poche storie, non abbiamo tempo da perdere. Ho trovato molte madri pronte ad agire e a dedicare le loro energie e il loro tempo a questo problema urgente. Molte, dico una decina, qualche decina, insomma un gruppetto fitto fitto. Abbiamo scoperchiato il vaso di Pandora (che per esattezza originariamente era un vaso pieno di doni e non di orrori, ma tant'è, oramai si ricorda solo il mito patriarcale) e migliaia hanno contribuito con la propria storia. Noialtre quindici le abbiamo assistite. Poi ci siamo prese le lettere di diffida. E le esecuzioni pubbliche, e meno pubbliche. Insomma, abbiamo fatto una rivoluzione tra un accompagnamento a scuola, la minestra sul fuoco e i progetti personali nel cassetto. Molte non ce la facevano a partecipare perché troppo indaffarate. Altre perché facevano la settimana bianca.

 

Per noi si trattava anche di una lotta femminista. Ma le femministe si sono dimostrate indifferenti. Non lo dico così per dire, ma per esperienza diretta. La violenza ostetrica è un concetto che le femministe, rappresentanti di femministe elette e impiegate nelle nostre istituzioni, hanno schivato come la cacca, pur essendo state interpellate e sollecitate. Gliel'abbiamo messa sotto il naso, letteralmente. Niente. Un silenzio assordante. Anzi, nel clue della rivoluzione una ha cercato di vendersi la sua iniziativa legislativa facendola passare per nostra, mentre noi madri ne avevamo già una depositata nel Parlamento. No vabbè... Me lo perdoneranno le sorelle femministe, abituate al metodo dell'autocoscienza, dell'autocritica e al linguaggio duro, come "cacca" o "sputare sangue per guadagnarsi il posto al sole". Ma i femminismi sono tanti, come si dice, e anche noi madri ne abbiamo uno, ci manca solo la rappresentanza. C'arriveremo. Forse quando i figli saranno più grandi. Vediamo... quando mia figlia avrà 18 anni io ne avrò 54 - ottimo per iniziare una carriera politica. E perché no ci ho pensato prima? Ero impegnata a lottare per i diritti e la sopravvivenza delle giovani artisti indipendenti. Non pensavo alla maternità. Non mi riguardava. Non volevo essere madre. Poi, ho cambiato idea. 

 

Tutte, ma proprio tutte le madri attiviste che hanno condotto la campagna social #bastatacere contro la violenza ostetrica erano madri e lavoratrici precarie, con un paio di casalinghe (me inclusa). Moltissime delle donne che ci hanno scritto erano donne la cui vita lavorativa era distrutta da un'esperienza di parto invalidante e senza rimedio. Alcune madri attiviste hanno cercato di crearsi dei posti di lavoro, insomma di mantenersi a galla pur facendo un lavoro utile alla società, nel cosiddetto Terzo Settore. Perché la fame è tanta che lavori anche a gratis. Lavori senza retribuzione perché guardare inferma l'incoerenza che ti circonda è peggio. Il Sistema mette subito a sistema il disagio creando reddito pure dalla disgrazia.

 

La fame ha impedito alle madri di darsi un'identità politica (e chi ha tempo?), di fare dei discorsi coerenti (non si ragiona a stomaco vuoto), di mettersi insieme avendo chiari gli obiettivi (nella povertà ognuno pensa prima a se stesso). Infatti, le recenti elezioni politiche si sono svolte senza rivolgere nemmeno una parola ad una fetta di elettorato preciso ma inconsapevole: le madri. Si sono svolte senza parlare alle donne, in generale, il 51% della popolazione. La ragione è molto pratica, oltre che ideologica (patriarcale): le donne, come le madri, non votano compatte, dunque nessuno spreca gli sforzi elettorali, vai direttamente al proletariato e azzardi (bingo!) con il sottoproletariato.

 

Le madri sono piene di risorse e hanno bisogno dell'indipendenza economica. Non puoi essere madre e dipendere da un uomo. È troppo pericoloso, compromettente, una ricetta per il disastro. Dall'altro lato, non ti puoi guadagnare la tua indipendenza economica senza abbandonare i figli a dei perfetti sconosciuti. Devi fare questo compromesso e sperare in meglio. Lavori e spendi i soldi per i figli, non mettendo da parte nulla per te e per i tempi bui. Anzi, lotti per il meglio nel Sistema: migliori asili, migliori scuole... C'è chi dagli anni '70 dice che questo è un lavoro di Sisifo (Ivan Illich). Molte madri lavoratrici non fanno delle riflessioni particolarmente critiche su questi aspetti, sempre per il senso di coerenza. Mai perdere di vista il senso di coerenza. Nemmeno io mi permetterei mai di mettere in dubbio la sacrosanta battaglia per la conciliazione maternità-lavoro. Lo faccio solo con mia madre, analizzando il nostro vissuto comune. Ma lei mi perdona, e continua a lavorare senza tregua. Sarò pure una bohémienne situazionista attivista, ma sono sempre sua figlia. 

 

Molte donne decidono di occuparsi direttamente dei loro figli, come si definiscono è del tutto irrilevante per loro. Si consegnano alla dipendenza dal compagno/marito (e dei genitori?), e sperano sarà breve e felice. Certo, oggi come oggi non si aspettano di doversi occupare anche del marito, come una volta. Poi te lo ritrovi imbronciato come un pupo che non capisce come mai non ti occupi del suo benessere psico-fisico-sessuale benché lui finanzi tutta la baracca. E tu non riesci nemmeno a farti una doccia. C'è chi trova la soluzione nei psico-farmaci. Le madri sole oppure quelle che si ritrovano con l'idillio di coppia infranto capiscono immediatamente la gravità della loro situazione. Si danno da fare, si organizzano e si mettono a cercare lavoro - qualsiasi cosa. Ai loro ideali di genitorialità ci penseranno dopo, la carriera è un triste miraggio, per i diritti non hanno tempo, la dignità se ne va con il passare degli anni, come la bellezza. L'importante è sopravvivere. Non è così che te lo immaginavi a vent'anni... 

 

Perché scrivo di queste cose, invece che della bontà del canto materno? Perché mi è giunta voce che il movimento delle madri per il parto rispettoso pare venga inteso come un movimento per far stare tutte le donne in casa (incluso il parto) e contro la "conciliazione lavoro-maternità". Io rimango basita. Sconfortata. Non so da dove cominciare. Mi guardo nello specchio e inizio a ondeggiare lentamente, accompagnata dal canto sottovoce che diventa sempre più intenso: Besame, besame muuuuuchoooo...

 

Lumpenmatriarchat. **

 

Ci vediamo al prossimo Singing Birth Workshop! Besameeeeee...

 

P.S. Vedo la luce, non vi preoccupate. Magari fucsia. Ce l'ho un piano, ma evito di scriverlo su Internet. Ve lo dico di persona ;)

 

 

--

 

* Sottoproletariato: termine (corrispondente al ted. Lumpenproletariat) usato nella tradizione teorica marxista per indicare il ceto infimo delle grandi città, formato di elementi economicamente e socialmente instabili, in genere per effetto del fenomeno della disoccupazione e della sottoccupazione. Per estensione, l’insieme delle categorie più povere e disagiate della società. (Treccani) "Rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società, esso viene qua e là gettato nel movimento da una rivoluzione proletaria; ma per le sue stesse condizioni di vita esso sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettere al servizio di mene reazionarie." (Karl Marx e Frederich Engels, Manifesto del Partito Comunista) 

** Termine ancora da definire, ma molto evocativo. Mi è venuto così. Sottomatriarcato. Sto sviluppando l'ipotesi. Datemi tempo. Ho impiegato dodici ore solo per scrivere questo articolo. Li mortacci.

 

Please reload

Please reload

Search By Tags